Cianciana

«Un piccolo Novecento siciliano dove si racconta con linguaggio scarno e forte impatto emotivo fatti di povertà, di mafia, di liberazione. Uno spettacolo ricco di suggestioni, una cantata proletaria che va oltre il documento per farsi vita, racconto, suono, immagine.»

Maria Grazia Gregori | L’Unità

«Il più grande merito di questa onesta e ben costruita prova teatrale è il riuscire a toccare argomenti che hanno a che fare con ciò che è più profondamente e semplicemente tradizione, origine, terra di provenienza, senza ammiccare, […] alternando in modo equilibrato i toni per arrivare a comporre un affresco che è di una terra, della sua gente e pian piano di una nazione, costruita per la gran parte più sulla disintegrazione che sull’integrazione.»

Renzo Francabandera | Paneacqua.it

«Perché si può fare teatro civile senza essere noiosi, rendendo le storie di un luogo, storie di ogni luogo. Lontano dai riflettori del grande teatro, ma capaci di essere sentinelle speciali, indagatori coraggiosi in grado di trasformare verità sommerse in narrazione scenica.»

Giorgia Landolfo | Terra

«Il lavoro più bello è allora negli occhi dei tre attori che ci regalano la loro terra del sud e la loro autentica commozione davanti agli applausi di un entusiasta pubblico del nord.»

Carolina Truzzi | Krapp’s Last Post

«Intensa la prova dei tre attori, capaci di una vocalità plastica e versatile e di una corporeità comunicante.»

Edgardo Bellini | Teatro.org

«Appare autentico, interessante, di aperta qualità politica. Non è materia di poco respiro per uno spettacolo d’esordio.»

Paolo Randazzo | Dramma.it

RASSEGNA STAMPA

L’Unità – 6/11/2012 | Maria Grazia Gregori

Paneacqua – 28/02/2012 | Renzo Francabandera

Cianciana

Teatro

Al Teatro della Contraddizione di Milano l’interessante prova di Esiba Teatro. La storia della Sicilia vista dalla parte dei perdenti

La macina ideologica del secondo dopoguerra e tanto parlarsi addosso degli anni Settanta ha probabilmente contribuito a distruggere il valore di molte parole, e la parola proletario è fra queste. Le epoche, le mode, sono indissolubilmente legate all’uso di alcuni vocaboli, di una moda, di certe acconciature. Parrà finanche banale, ma guardare una foto di famiglia di Settant’anni fa riconduce subito ad un altro tempo: magari i baffi e i capelli lunghi dello zio in girocollo, o quelli a spazzola della sorella post punk. O le Timberland del cugino.

Solo i poveri assomigliano sempre a se stessi. La terra, la sua bassezza, che costringe l’uomo a piegarsi, a incurvarsi, a tornare animale, è la vera livella dell’umanità. La terra fa sudare, rovina le mani, ha un profumo e un colore inconfondibili, diversa a seconda che sia secca, bagnata, arida, fiorita, coltivata, incolta.

Cianciana, paesino agricolo di una Sicilia ormai spopolata, è il luogo che la compagnia Esiba sceglie per raccontare la sua storia. Il nostro preambolo vale ad ambientarla e a creare anche un presupposto logico rispetto a quello che, probabilmente, è lo scopo ultimo della creazione artistica.  Lo spettacolo incomincia con i tre interpreti in canottiera, proletari che raccontano storie di paese, porgendo la dura storia al pubblico dapprima in modalità frontale, fermi, frammentando il racconto l’uno nella voce dell’altro. Poi la sequenza passa a descrivere il tempo del lavoro: siamo nella campagna Siciliana in un periodo intorno al secondo dopo guerra, alla ricerca dei motivi per l’atavica arretratezza di una terra incapace di ribellarsi. E’ qui che questo manipolo di nullatenenti prova a pensare una rivolta per riprendersi la dignità. Tutto monta, cresce, fino alla repressione durissima.

E’ proprio il postulato che lo spettacolo vuole porre in discussione: in Sicilia la protesta c’è stata. I tempi della riforma fondiaria hanno conosciuto sommosse, occupazioni, scioperi affondati nel sangue, schiacciati nella morsa letale stretta fra proprietà latifondista, la nascente criminalità organizzata e quell’intreccio di interessi gattopardeschi che ha prevalso non per l’ignavia di tutti, ma per la tragica sconfitta dei deboli. Placido Rizzotto e Portella della Ginestra sono forse solo i nomi più conosciuti, quelli che la cronaca e la storia “mediatizzata” ci hanno tramandato. Ma tanti altri sono i nomi, le vite spezzate, chiuse come luminosi ombrelli al termine di una pioggia di repressione.

E’ questo che Esiba Teatro racconta allo spettatore, alternando la cadenza tragica a quella comica con un complessivo equilibrio che si regge su un testo valido (drammaturgia di Milena Viscardi, testi Tommaso Di Dio, Milena Viscardi) e su tre interpretazioni all’altezza. Gli attori/registi Angelo Abela, Marco Pisano ed Eugenio Vaccaro sanno essere di volta in volta parola e gesto con grande naturalezza, intreccio narrato ed inflessione di paese; ricamano tutto attorno a parola ed immagine, accogliendo, in una struttura tutto sommato tradizionale di narrazione, alcuni interessanti inserti di physical theatre.

La trama evita di aprire parentesi scontate e gioca a lambire, regalandoci nel seguito dello spettacolo, le storie borderline degli emarginati costretti ad emigrare. La loro vita, le loro storie.  L’industrializzazione, che a Cianciana non arriva, spinge gli ultimi fino alle periferie del nord. E’ lì che, numerosi, li ritroviamo ora con famiglia e figli, altri sono emarginati, dediti agli espedienti che sono a mala pena sopravvivenza. Dura da usare la parola proletario. Ma se la condizione è poco più che quella, e la povertà torna a mordere, forse l’impianto di analisi economica che ne aveva giustificato l’avvento sulla scena delle categorie sociali non deve essere poi tanto obsoleto come in questi ultimi anni si è fatto credere. A coloro a cui, anche oggi, a mala pena restano come ricchezza i figli, la cui forza è nelle braccia, a quegli uomini che Pellizza da Volpedo aveva così chiaramente ritratto, a costoro che nome si può dare?

Ora, e parliamo della realtà, non più della scena, ora che la finta ricchezza degli anni Ottanta e Novanta, che il delirante sogno fuori misura di quell’infame ventennio di illusioni sperequate si dissolve facendo tornare con più chiarezza ad affiorare l’affresco in cui i poveri son poveri e i ricchi son ricchi, ora questo spettacolo parla al pubblico senza sembrare retorica. Anzi, forse il più grande merito di questa onesta e ben costruita prova teatrale è proprio il riuscire a toccare argomenti che hanno a che fare con ciò che è più profondamente e semplicemente tradizione, origine, terra di provenienza, senza ammiccare, senza cercare la lacrimuccia, alternando in modo equilibrato i toni per arrivare a comporre un affresco che è di una terra, della sua gente e pian piano di una nazione, costruita per la gran parte più sulla disintegrazione che sull’integrazione.

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Milanodabere – 20/02/2012 | Fabiola Badami

Sicilia amara, Sicilia cara

Al Teatro della Contraddizione va in scena “Cianciana”, toccante pièce sull’immigrazione

I miei occhi piangono – scrive Laurie Anderson in una delle sue poesie – da un lato sono lacrime di dolore, dall’altro lacrime d’amore. Prendiamo in prestito le parole della musicista statunitense, moglie di Lou Reed, per descrivere le forti emozioni che suscita lo spettacolo Cianciana, in scena al Teatro della Contraddizione fino al 26 febbraio.

Opera di teatro civile, dal ritmo incalzante e coinvolgente, racconta in chiave tragicomica l’evoluzione (o involuzione?) dell’emigrazione dalla Sicilia al Nord d’Italia, dagli anni Quaranta ai giorni nostri, partendo da Cianciana, piccolo paese nell’agrigentino. Sul palco tre eccellenti attori – Angelo Abela, Marco Pisano ed Eugenio Vaccaro – dotati di una notevole vocalità, di una corporeità e di una mimica facciale particolarmente comunicative. Emblematica la scena degli ombrelli: usati come separé, servono per rappresentare sia la voce dei contadini, che si mostrano a volto scoperto, sia la voce dei padroni, che si nascondono dietro maschere o che svelano solo le estremità del corpo (un baciamo le mani che diventa un baciamo i piedi).

Dialoghi in dialetto, Cianciana è un testo che tocca diversi argomenti: dalle lotte contadine alla mafia e ai suoi rapporti con lo Stato, dal dramma della separazione tra chi parte e chi resta alla visione distorta e pittoresca della Storia che hanno i discendenti degli emigranti in America. Una piccola perla del teatro indipendente che si chiude tra le commoventi note di Quannu moru di Rosa Balistreri, preziosa voce della musica popolare siciliana.

Piango raramentemente per un film. Non avevo mai pianto a teatro. Mai. Prima di aver visto Cianciana. Da non perdere.

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Il Messaggero – 28/03/2010 | Paola Polidoro

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Il Messaggero – 23/03/2010 | Paola Polidoro

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l’Unità – 23/03/2010

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LA SICILIA – 30/12/2009 | Giovanna Sparacino

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MELTIN’ POT NEWS – 03/11/2009 | Luigia Bersani

Cianciana

Il 31 marzo al Teatro Quirino di Roma

Dopo il successo alla Biennale dei giovani artisti d’Europa e del Mediterraneo di Skojpe, in Macedonia, e al teatro Galleria Toledo di Napoli, torna in scena presso la Sala Pintor di Roma, “Cianciana” di e con Eugenio Vaccaro, Marco Pisano e Angelo Abela, scritto da Tommaso Di Dio e Milena Viscardi.

“Cianciana” racconta la storia di un’epoca scritta dal sudore di chi l’ha vissuta, di chi ha provato a cambiarla, di chi ha voltato pagina e di chi continua a gridare per non piegarsi alla rassegnazione: la storia della Sicilia contadina, rivoluzionaria, emigrante, della Sicilia che sconfitta da se stessa trova nella fuga il modo per rialzarsi, “perché la domanda non è perché partire, la domanda è perché restare”.

Lo spettacolo si sviluppa sulla linea di immagini pulite, statiche, scarne pur nella loro complessità. I tre attori non abbandonano mai la scena che si riempie solo della loro presenza e di una scenografia simbolica, come ad esempio la struttura architettonica creata con ombrelli gialli, il cui mutamento nel corso dello spettacolo ne scandisce i tempi e le fasi. La fluida interazione verbale tra i tre attori disegna scorci di una realtà che sembra prendere forma sul palco e si sviluppa nella precisione di immagini dal forte potere evocativo, delle voci e dei suoni che descrivono il lavoro sui campi, gli applausi ai comizi politici, le risate tronfie dei baroni, gli aratri pronti alla rivolta, il cicaleccio delle comari di paese, le nebbiose industrie torinesi. La storia dei contadini di Cianciana è un racconto di catene chiuse e spezzate, che ha inizio in una prigione fatta di cielo e sconfinati ettari di terra, le cui sbarre sono costituite da “la Legge”, e che per chi non ce l’ha fatta si conclude nel carcere di Torino, tra rancori più tangibili delle stesse sbarre.

Lo spettacolo racconta ogni fase della storia della rivoluzione contadina in Sicilia. Racconta il senso di oppressione e d’impotenza di fronte alle ingiustizie baronali; la presa di coscienza di una possibile via di fuga nella rivoluzione “la legge ora è nuova, la legge vostra muore, la legge nuova ha il nostro nome, sarà sangue nostro dentro le vostre facce vuote”; la rivoluzione in atto con i suoi eroi, le sue ragioni, i suoi 100 aratri che in nome della legge si arrestano e in nome della Costituzione si rimettono in marcia; la “Sicilia europea” esaltata quanto svilita dai luoghi comuni della gente; della “fuga” verso una terra promessa in cui il diritto al lavoro costituzionalmente tutelato sembra poter trovare un’applicazione concreta; degli arrivederci alla famiglia, della semplice, dolce nostalgia di casa, delle “telefonate telefoniche articolate”; di chi è riuscito a ricominciare, di chi, pur sradicato dal proprio paese natale, ha trovato il modo e la forza per costruirsi una vita nuova e racconta di chi non può smettere di ripetersi “Cianciana era bella! Cianciana bella era! La mia terra è stata rapinata!”.

Ispirato a Terra di rapina di G. Saladino, lo spettacolo ripercorre attraverso un romanticismo poetico e amaro, lo scontro politico degli anni ’40 sul tema della riforma dell’agricoltura e mette in risalto il risvolto umano di provvedimenti legislativi appartenenti a politiche opposte, quali la legge Milazzo e la legge Gullo, l’una che affidava le terre esclusivamente a coloro che possedevano complesse infrastrutture per coltivarle, l’altra, unico provvedimento in quegli anni a favore dei contadini, che garantiva a questi almeno il 50 per cento della produzione che andava divisa, che permetteva l’occupazione dei terreni incolti o mal coltivati rilasciato alle cooperative agricole di produzione, che dava un’indennità ai contadini per incoraggiarli a consegnare i loro prodotti ai magazzini statali, ribattezzati granai del popolo, che prorogava tutti i patti agrari per impedire ai proprietari di sbarazzarsi nell’anno successivo dei loro affittuari, che proibiva ogni intermediario tra contadini e proprietari.

“Cianciana”, in programma il 31 marzo al Teatro Quirino, rappresenta il risultato “umano” di tali testi giuridici che hanno contribuito a decidere le sorti di una popolazione e che hanno scritto la storia del fenomeno migratorio in Italia che da più di mezzo secolo caratterizza l’economia e la cultura del nostro Paese.

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TEATRO.ORG | Edgardo Bellini

Cianciana, un piccolo affresco polifonico

Forte di un abbondante repertorio di teatro civile, la compagnia siracusana Esiba Arte presenta nella rassegna Stazioni di emergenza un ritratto di contadini siciliani in epoca di latifondo – dunque prima della riforma agraria del 1950 – collocata forse a ridosso dell’immediato dopoguerra, forse ancora più indietro nel tempo. La caratterizzazione sociolinguistica, ben più marcata di quella storica, spinge il testo verso una dimensione esemplare, che raggiunge lo spettatore senza uno specifico nesso alle vicende storiche, ma quasi come paradigma della condizione subalterna di un certo gruppo sociale in Sicilia, o in un metaforico Sud.

Con un’intuizione forse più apprezzabile dell’esito la regia evita di appiattire la proposta scenica sul canone realistico-narrativo, moltiplicando con una certa libertà i registri espressivi, e scongiurando così il ripiegamento verso il teatro di genere. Superati perciò i quadri più “realistici”, fatti di piccola quotidianità intrecciata alla riflessione dei protagonisti, di maggior riuscita appaiono i segmenti drammaturgici “fuori stile”: la voce dei nobili latifondisti, inscenata con elementi mimico-surreali (una delle parti migliori, che meriterebbe maggior audacia); la cinica vacuità della politica, resa attraverso la caricatura grottesca; l’elemento antropologico di contesto, restituito in un farseggiante dialogo di figure femminili: soluzioni creative che rendono leggerezza alla scrittura scenica e proteggono il lavoro dall’incombenza della retorica. Probabilmente il testo risulterebbe ancor più tonico se a questi momenti fosse più arditamente affidato il baricentro della drammaturgia.

Molto intensa la prova dei tre attori, capaci di una vocalità plastica e versatile e di una corporeità comunicante, degna perciò di maggior spazio, anche per compensare la scelta di una scenografia più che essenziale.

Galleria Toledo – Napoli, 4 ottobre 2009

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TRIBE ART n.65 – Lun, 05/10/2009 | Riccardo Raimondo

Il teatro civile. Cianciana

Catania – GAPA – Centro di Aggregazione Popolare dal 10-10-2009 al 11-10-2009.

Spettacolo di teatro civile che dalla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo a Skopje in Macedonia, ora approda a Catania, ospite del G.A.P.A., centro di aggregazione popolare nel quartiere di San Cristoforo, il 10 e l’11 ottore 2009.

Vi raccontiamo del viaggio di “Cianciana”, spettacolo di teatro civile che dalla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo a Skopje in Macedonia – tenutasi i primi di settembre 2009 – è passato per Napoli (3-4 ottobre, Sala Toledo), e ora approda a Catania, ospite del G.A.P.A., centro di aggregazione popolare nel quartiere di San Cristoforo, il 10 e l’11 ottore 2009.

Produzione della compagnia teatrale siracusana Esiba, Cianciana – di e con Marco Pisano, Eugenio Vaccaro e Angelo Abela –, nasce da un’idea drammaturgica di Milena Viscardi, che insieme a Tommaso Di Dio ha curato anche i testi. “Cianciana è una composizione di testimonianze dal sapore frammentario, polifonico, trasversale. Ispirato a “Terra di rapina” di G. Saladino, trae spunto da molteplici altri nuclei: dai testi burocratici della legge Gullo agli articoli di giornale degli anni ’40, dalle poesie di Ignazio Buttitta alle canzoni popolari di Rosa Balistreri, dalle testimonianze degli anziani dell’entroterra agrigentino ai frammenti dei poeti arabi di Sicilia. Su tutto questo materiale lo sforzo di rendere poesia ciò che è documento e trasformare in immagine e azione teatrale ciò che è lirica“.

Cianciana è dunque un racconto civile. Racconto senza tempo però, narrazione senza racconto, che viaggia attraverso il passato delle lotte contadine, un presente, che é il presente di Giuseppe, un ragazzo di Cianciana (provincia di Agrigento) che per fare il colpo grosso rapisce il figlio d’un ricco barone; e un futuro, quello di tre emigranti siciliani in cerca di fortuna in continente. Cianciana é un racconto di gesti, una storia d’oggetti, tessuti insieme in una cosmologia in cui ogni cosa ha il suo posto ben preciso: «i cosi che cosi e i ciaramiri supra e casi», antico detto siciliano. L’andare a lavoro dei contadini è una marcia che incespica nella fatica, nel gesto di sbattere i piedi per terra.

L’Oggetto é metaforico, é un geroglifico meccanico, mutabile continuamente di senso, con una coerenza – nel suo restare in metafora – sconvolgente: così gli ombrelli/scudi dei braccianti nella lotta ai padroni si chiudono a indicare la sconfitta. Ombrelli/scudi giallo grano, giallo oro – che é sempre l’oro del padrone. I piedi parlanti rappresentanti il barone e i suoi soprusi – della serie «piedi in faccia» – saltano fuori giocosi come pupi, inquietanti come folletti del malaugurio. Scenografia senza scenografia e un vuoto sul palcoscenico, in cui infuria una dinamica di gesti e oggetti: performance o scenografia, esperienza o teoria, soggettivo o oggettivo, sperimentazione o sistema?

Il teatro di Cianciana è un inno alla Terra, che é «cosa viva». È una arte che è sempre diversa ogni volta che viene rappresentata e che riscopre il sacro, lì dove la sua riproducibilità tecnica e il suo sistema perde di significato, a favore d’una emozione sempre esteporanea, e quindi unica. Dalla grammatica della scena alla fisiliogia del gesto: la termodinamica meccanicistica dei tre atti cade, e dalle sue ceneri sorge una coinvolgente teoria della scena e delle sue informazioni, in cui si concentra nell’istante la scienza della conduzione del rapporto emozionale tra attore e spettatore. Il linguaggio sì fa gesto/oggetto, si fa corpo. I sentimenti si riequilibrano nel dosare dramma e ironia e i turbamenti del pubblico si quietano – come dire, alchemicamente – attraverso un flusso d’emozioni improvvisate, in cui trovano sintesi e soluzione anche le eterne dicotomie che Cianciana ci mette davanti gli occhi: legalità/illegalità, vita/morte, vicinanza/lontananza.

La soluzione è qui e ora, la sintesi è nel terriccio che gli attori a fine spettacolo lasciano cadere dalle mani. La risposta è in “questa terra, la stessa terra”. “Perché la domanda non è perché partire. La domanda è perché restare”.

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TERRA – Mar, 01/09/2009 | Giorgia Landolfo

Sul palco un passato che non cambia mai

TEATRO

La Sicilia sbarca a Skopje per la Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo con “Cianciana”. Tre giovani attori ci portano indietro di cinquant’anni tra lotte contadine, fame e soprusi, in una terra sempre uguale.

Fuggire dal nulla. Cercare fortuna altrove. Abbandonare la propria terra e il proprio nome. Avere il coraggio degli esuli. Scegliere di narrare storie che non hanno solo il sapore dello scorso cinquantennio, ma il dolore quotidiano di chi nasce in Sicilia, baciato dal sole, ma fatalisticamente dominato dalla legge del non cambiamento.

Ecco cosa hanno scelto di raccontare nello spettacolo Cianciana i tre giovani attori siracusani, Marco Pisano, Eugenio Vaccaro e Angelo Abela, della compagnia Esiba Teatro, che debutteranno il 3 settembre alla biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo, a Skopje in Macedonia.

La drammaturgia ispirata al romanzo Terra di rapina di Giuliana Saladino è un mosaico di frammenti di voci angosciate e spunti comici, è una composizione polifonica che accoglie stralci di testi burocratici e giornalistici degli anni 40, ma anche poesie di Ignazio Buttitta e canzoni di Rosa Balistrieri. Racconta la povertà e la fatica, la rabbia e l’impotenza delle lotte contadine degli anni 50, la ricerca di una possibilità di mutamento svanita nell’illegalità.

Allora, quando la fame divora tutto, corpi e pensieri, diventa rabbia e la rabbia violenza. Così Giuseppe Di Maria, ragazzo di Cianciana, rapisce il figlio di un ricco feudatario, cerca ciò che gli spetterebbe di diritto e si ritrova cucito addosso il ruolo del criminale. Non resta che dire addio, lasciarselo sussurrare dalle parole di una canzone, dalla straziante allegria di un brindisi, dalla nostalgia di un sapore.

Tutto in uno spettacolo capace di legare il passato al presente, di divertire e commuovere. Suscitare emozioni e riflessioni che dopo più di mezzo secolo, risultano ancora attuali. Trascinati dal talento di tre giovani attori che hanno presenza tenace sul palcoscenico e passione evidente. Quella stessa passione che li lega al teatro da anni e che fa nascere, all’interno dell’associazione culturale Esiba arte nel 2004, la compagnia Esiba teatro, che sceglie di affrontare nei propri spettacoli temi sociali, di interesse documentaristico e attuale.

Perché si può fare teatro civile senza essere noiosi, rendendo le storie di un luogo, storie di ogni luogo. Lontano dai riflettori del grande teatro ma capaci di essere sentinelle speciali, indagatori coraggiosi in grado di trasformare verità sommerse in narrazione scenica.

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LA SICILIA – Gio, 03/09/2009 | Eleonora Vitale

La sicilianità arriva in Macedonia

Esiba Arte. La compagnia siracusana si esibirà a Skopje fino al 12 settembre con «Cianciana»

Alla «Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo» di Skopje, Esiba Arte si esibirà ogni giorno con il suo racconto di sicilianità che ha ispirato la scrittura di Tommaso Di Dio e la drammaturgia di Milena Viscardi.

Siracusa arriva in Macedonia. Lo farà a partire da oggi e fino al 12 settembre prossimo grazie ai giovani attori di Esiba Arte che con il loro spettacolo «Cianciana» sono sbarcati questa mattina alla «Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo» di Skopje.

Si esibiranno ogni giorno con il loro racconto di sicilianità che ha ispirato la scrittura di Tommaso Di Dio e la drammaturgia di Milena Viscardi, regista della performance che si ispira a «Terra di rapina» di Saladino, traendo spunto da molteplici altri nuclei: dai testi burocratici della legge Gullo agli articoli di giornale degli anni 40, dalle poesie di Ignazio Buttitta alle canzoni popolari di Rosa Balistreri, dalle testimonianze degli anziani dell’entroterra agrigentino ai frammenti dei poeti arabi di Sicilia.

La performance al suo debutto nel dicembre scorso nei giorni dell’anniversario dei «Fatti di Avola» arriva adesso fino in Macedonia dove oltre 700 artisti provenienti da 46 paesi euro mediterranei daranno sfogo alla loro creatività in tutti gli ambiti: dall’arte visiva a quella applicata, dalla musica ai fumetti, dal teatro alla danza, dalla letteratura alla gastronomia. E per Siracusa ci saranno Marco Pisano, Eugenio Vaccaro e Angelo Abela. Con ironia, realismo, sarcasmo e autenticità saranno loro a raccontare di povertà, arretratezza, mafia, emigrazione ed esilio. Delle lotte contadine, dei forti sconvolgimenti dati dal progresso, delle logiche di potere della criminalità organizzata.

In un punto indefinito del passato, tre contadini vivono la fatica di spaccare la terra infertile, animati da una gioia di vita che si sfoga con la rabbia, quando improvvisamente vengono assaliti dal dubbio di potere. Poter riprendersi la terra, poter mettere a tacere i baroni, poter scrivere di proprio pugno la storia. Il tutto in contrapposizione a un punto indefinito del futuro dove tre cittadini invece vagano alla ricerca delle proprie radici per combatterle, per negarle e poi riamarle. Una storia significativa per questa partecipazione che è occasione unica nel mondo delle grandi manifestazioni dedicate all’arte: una sfida che si ripete dal 1985 e che giunge quest’anno alla XIV edizione, per scoprire talenti, per sentire viva e forte la speranza dei giovani artisti, per apprezzare le diversità del Mediterraneo.

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GIORNALE DI SIRACUSA – Gio, 16/07/2009

“Cianciana”, storie di mezzo secolo fa
Esiba Arte alla Factory il 9 agosto

La Sicilia di Buttitta cantata da Rosa Balistreri

Siracusa – L’associazione culturale Esiba Arte di Marco Pisano, Eugenio Vaccaro e Angelo Abela (nella foto) presenta “Cianciana”,  performance prevista per  domenica 9 agosto alle ore 22.30 alla Factory di Siracusa.  Povertà, arretratezza, mafia, emigrazione lungo un filo conduttore rappresentato da “Cianciana”, un paese dell’entroterra siciliano, mai raggiunto dalle lotte, dai forti sconvolgimenti del progresso e dalle logiche di potere della criminalità organizzata.

Lo spettacolo ha raccolto già il consenso di pubblico e critica lo scorso 26 giugno presso l’ex Convento del Ritiro all’interno della manifestazione Divina Vita. “Fornire delle traiettorie di riflessione è tra gli intenti principali di Esiba Arte – spiega Marco Pisano – e con “Cianciana” non mancheranno gli spunti per comprendere una correlazione tra il mondo degli anni ’50 – ’60 e quello dei nostri giorni, fino a capire che dopo più di mezzo secolo, partire e lasciare la casa per abbracciare il moderno ha le stesse rotte e lo stesso pericolo che avevano i nostri nonni”.

In scena una sequela di testimonianze dal sapore frammentario, polifonico, trasversale. Ispirato a “Terra di rapina” di G. Saladino, Cianciana trae spunto da molteplici altri nuclei: dai testi burocratici della legge Gullo agli articoli di giornale degli anni ’40, dalle poesie di Ignazio Buttitta alle canzoni popolari di Rosa Balistreri, dalle testimonianze degli anziani dell’entroterra agrigentino ai frammenti dei poeti arabi di Sicilia. Su tutto questo materiale lo sforzo di rendere poesia ciò che è documento e trasformare in immagine e azione teatrale ciò che è lirica.  Testi di Tommaso Di Dio e Milena Viscardi.

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SIRACUSANEWS – Gio, 25/06/2009 | Silvia Di Caro

Siracusa: la “Divina Vita” di Esiba Arte calca la scena con “Cianciana”

Povertà, arretratezza, mafia, emigrazione lungo un filo conduttore rappresentato da Cianciana, un paese dell’entroterra siciliano, mai raggiunto dalle lotte, dai forti sconvolgimenti del progresso e dalle logiche di potere della criminalità organizzata.

Ancora una volta è Esiba Arte e la sua compagnia teatrale a rendersi protagonista di un’attività impegnata che raccoglie ed incrementa gli apprezzamenti del pubblico aretuseo. Per la prima volta Esiba Arte propone Cianciana a Siracusa, in scena domani, venerdì 26 giugno – presso l’ex Convento del Ritiro alle ore 20:30 – all’interno della manifestazione Divina Vita.

Un lavoro svolto con dedizione e passione, quello condotto dall’associazione Esiba Arte, nata nel 2004 come “tentativo di vicinanza a strade che si erano, temporaneamente, abbandonate – così la definisce Sebastiano Di Guardo, presidente dell’Ass. Esiba Arte -, come tentativo di essere pensiero(ed)azione insieme in una economia del pensare e del fare, volta al pensare ed al fare di più […]”. Fornire delle traiettorie di riflessione è tra gli intenti principali di Esiba Arte, e con Cianciana non mancheranno gli spunti per comprendere una correlazione tra il mondo degli anni ’50-’60 e quello dei nostri giorni, fino a capire che dopo più di mezzo secolo, partire e lasciare la casa per abbracciare il moderno ha le stesse rotte e lo stesso pericolo che avevano i nostri nonni.

In un punto indefinito del passato, tre contadini vivono la fatica di spaccare la terra infertile, animati da una gioia di vita che si sfuoca con la rabbia, quando improvvisamente vengono assaliti dal dubbio di potere. Poter riprendersi la terra, poter mettere a tacere baroni e campieri, poter scrivere di proprio pugno la propria storia. In un punto indefinito del presente, Giuseppe, un ragazzo di Cianciana, si trascina ai limiti dell’emarginazione: la sua generazione non ha conosciuto gli entusiasmi delle lotte contadine, i giorni sono uguali uno all’altro, ma la fame e la rabbia sono sempre le stesse. Giuseppe rapisce un ricco figlio di possidente, compie un crimine senza avere il volto del criminale. In un punto indefinito del futuro tre cittadini, individualità disperse, vagano alla ricerca delle proprie radici per combatterle, per negarle e poi riamarle.

“Cianciana” è una composizione di testimonianze dal sapore frammentario, polifonico, trasversale. Ispirato a “Terra di rapina” di G. Saladino, trae spunto da molteplici altri nuclei: dai testi burocratici della legge Gullo agli articoli di giornale degli anni ’40, dalle poesie di Ignazio Buttitta alle canzoni popolari di Rosa Balistreri, dalle testimonianze degli anziani dell’entroterra agrigentino ai frammenti dei poeti arabi di Sicilia. Su tutto questo materiale lo sforzo di rendere poesia ciò che è documento e trasformare in immagine e azione teatrale ciò che è lirica.

Cianciana è uno spettacolo di Marco Pisano, Eugenio Vaccaro e Angelo Abela, che calcheranno la scena, sui testi di Tommaso Di Dio e Milena Viscardi. “Pensiamo, quotidianamente, di aver fatto metà di quello che avremmo potuto ed un terzo di quello che avremmo dovuto – ancora le parole di Di Guardo -, e questo ci spinge a continuare in questo tentativo”.

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DRAMMA.IT – Mar, 30/06/12009 | Paolo Randazzo

Cianciana

Era prevedibile e persino giusto che il nuovo teatro siciliano si appropriasse prima o poi di un libro di rara intensità e bellezza come il romanzo-inchiesta “Terra di rapina” (pubblicato nel ‘77) della giornalista e scrittrice palermitana Giuliana Saladino (1925 – 1999). Una scrittura incandescente di passione e intelligenza politica quella della Saladino, una scrittura militante che ti mette le mani addosso e dalla quale davvero non ci può difendere, specialmente se si è giovani e si guarda ancora al mondo e agli uomini e alla storia credendo che la giustizia sia qualcosa che abbia un senso e con delle idee alte e nobili che vanno oltre il pattume che circonda quotidianamente.

Era prevedibile ed è accaduto con lo spettacolo “Cianciana” che la giovane compagnia siracusana “Esiba Teatro” ha presentato venerdì 26 giugno scorso nel cortile del Convento del “Ritiro” in Ortigia. Il contesto è stato l’interessante rassegna di arte, musica, filosofia, teatro “La divina vita” organizzata dall’Associazione “Vita e cultura”. Drammaturgia e regia sono di Milena Viscardi, in scena ci sono Marco Pisano, Eugenio Vaccaro e Angelo Abela.

Si tratta d’uno spettacolo che, eccettuata qualche acerbità di lingua (la plurivocità e la stratificazione linguistica non appaiono sempre ben meditate, stridono talvolta e rischiano d’essere di maniera) e di scrittura scenica (i segmenti comici, ad esempio, non rendono giustizia al pensiero forte che dovrebbe sorreggerli, ovvero la critica dell’assurda violenza con cui la modernità s’è sostituita alla cultura della civiltà contadina), nonché qual-che grumo di retorica superflua (in direzione sia patetica sia politica), appare autentico, interessante, di aperta qualità politica e sicuramente da segnalare positivamente.

È la storia di Giuseppe Di Maria ad esser ripercorsa in scena: la vicenda tragica di un giovane contadino di Cianciana, nell’Agrigentino, che, per uscire dalla assoluta indigenza di sostanze, di senso e di speranze in cui si trova a vivere insieme con migliaia d’altri contadini dopo il fallimento dell’infame riforma agraria che l’autonomia siciliana ha partorito nel ’50 (si consente ai contadini di possedere, acquistandoli con ulteriori gravissimi sacrifici, solo appezzamenti marginali e poco produttivi, realizzando per legge un crudele imbroglio), compie prima un sequestro ai danni del barone Agnello e poi una rapina finita nel sangue in una banca piemontese. Come può trasformarsi in bandito un giovane la cui indole tranquilla non avrebbe mai lasciato presagire gesti così gravi? Il suo non è affatto un destino singolare: ha profonde radici sociali e politiche e infinite possibilità di declinazione nelle vite di tanti contadini che hanno trovato altre strade (con la vastissima emigrazione nel nord Italia o negli altri paesi europei) per uscire da quella situazione infernale.

Si parte o, meglio, si scappa – e non si può far altro – da una terra immobile, matrigna e il cui arcaico tessuto culturale verrà ulteriormente guastato dall’avvento, faticoso, spesso brutale e comunque non gradualmente vissuto e maturato, della modernità. Si scappa, si recidono radici: si lasciano affetti, famiglie, speranze, si lascia tutto. Un’intera generazione sprecata e distrutta: forse la migliore che l’isola abbia mai conosciuto, perché cresciuta nel fuoco di grandi lotte di liberazione sociale che l’hanno resa forte, preparata, politicamente consapevole. Una generazione distrutta la cui vicenda ci dice molto di noi, della nostra storia recente e del nostro futuro (non solo di siciliani), ma ci dice molto di più forse anche della tragica vicenda umana di chi, disperato, si affaccia alle nostre coste per cercare lavoro e dignità. Non è materia di poco respiro per uno spettacolo d’esordio e va ascritto a merito di questi giovani aver provato a raccontarla e a riscriverla per la scena.

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