248 KG

 

«È un lavoro aspro e problematico quello con cui la compagnia siciliana di Esiba Arte conclude la sua Trilogia della Sconfitta. […] Lo spettatore è chiamato a condividere il giudizio di inadeguatezza del protagonista, perché non si immagini che quel che accade sulla scena sia il ritratto di una situazione marginale e distante»

Edgardo BelliniTeatro.org

«Lo spettacolo ha un suo respiro preciso, talvolta accelerato, altre volte lento, misurato. L’ultimo episodio della Trilogia della sconfitta scritta da Tommaso Di Dio, 248 KG è un lavoro pregevole, scevro da intellettualismi – e una tematica del genere avrebbe potuto scatenare barocchismi nella scrittura di ogni sorta – ma soprattutto intelligente. Perché si può fare teatro anche con pochi elementi ma se ci sono tantissime idee in gioco […]»

Francesco BoveFlanerì

«Non pensate si tratti della solita solfa sull’obesità: il peso a cui si riferisce lo spettacolo è quello della vergona, della solitudine, dell’ignoranza. Il peso del giudizio della società su ognuno di noi. È inutile fingere: chiunque avrà provato vergogna da bambino a scuola, chiunque sarà stato schernito e preso in giro dai compagni. Chi più, chi meno, siamo tutti come Benno»

Emanuela FerrautoDramma.it

RASSEGNA STAMPA

Teatro.org | 12 giugno 2013

NFF 2013

Fringe E45 – Napoli Teatro Festival 2013

La differenza che pesa sulla vita

248 KGL’individuo che diserta i canoni della conformità diventa suo malgrado permeabile alle pressioni normalizzanti del suo gruppo sociale. Non tanto a quelle che si esplicitano nel conflitto verbale; ma a quelle, ben più inquietanti, che gridano occultamente alla coscienza con la forza dell’incubo. È un lavoro aspro e problematico quello con cui la compagnia siciliana di Esiba Arte conclude la sua “trilogia della sconfitta”, cominciata quattro anni fa con Cianciana, un lavoro sull’immobilità delle sorti degli ultimi, e proseguita conAnamorfosis, la perdita di senso dell’esistenza sotto l’ipnosi collettiva dei media.

In questa drammaturgia che viene oggi presentata al Napoli Fringe Festival l’obesità del protagonista diventa occasione per indagare la dolorosa sfasatura tra un individuo “anomalo” e il sistema dominante di credenze e di norme che lo tortura. L’inaccettabile condizione fisica rende Benno irriconoscibile ai suoi simili, lo pone ai margini della rispettabilità e del diritto; o almeno così raccontano le proiezioni mostruose coltivate dalla sua immaginazione. E subito lo spettatore è chiamato a condividere il giudizio di inadeguatezza del protagonista, perché non si immagini che quel che accade sulla scena sia il ritratto di una situazione marginale e distante.

Così, flagellato sin da bambino dal peso della sua differenza, Benno diventa spontaneamente vittima sacrificale, aderisce con convinzione al ruolo di capro espiatorio delle ferite del suo gruppo sociale; o almeno così immagina nella sua fantasia addomesticata di debitore, perché la realtà non emergerà mai sulla scena se non attraverso il flusso della memoria. Ma è proprio in questo punto che la scrittura drammaturgica si attenua sensibilmente: il rapporto fra Benno e i suoi ricordi – personificati nel nonno e da una bambina – non ha la stessa densità emotiva della parte iniziale, e il gioco del grottesco si alleggerisce troppo apertamente. I personaggi della memoria sono caricature deformi dell’infanzia, ma la loro espressività stereotipata rende meno singolare, meno unica, e dunque meno incarnata, la forza dell’incubo. Più conturbante la controscena della bambina disadattata che si pettina muta, mentre il nonno cerca di trasmettere la sua ferma educazione al nipote.

La drammaturgia ridiventa piena sul finale, introdotto dalla presenza muta e inerme, e tuttavia molto significante, dell’ottimo Angelo Abela, che riemerge all’angoscia della vita reale dissolvendo i personaggi della sua fantasia, fantasmi giudicanti eppure portatori di una lenizione che non appartiene più al presente. Il lavoro risulta complessivamente ritmato e di buona tenuta scenica, anche grazie alla vivacità degli interpreti: oltre al già citato Abela, bravi Marco Pisano ed Eugenio Vaccaro, guidati dalla regia di Sebastiano Di Guardo.

Inserita il 12 – 06 – 13

Edgardo Bellini

_ _

Flanerì | 13 Giugno 2013

[NTF6] La prima settimana:

Spam”, “Lo spopolatore”, “248 kg”

Che cosa sta offrendo il Napoli. Teatro Festival Italia 2013? Al momento il cartellone principale ha deluso le aspettative. Nella prima settimana di programmazione, abbiamo seguitoSpam di Spregelburd e Lo spopolatore, la ricerca teatrale di Brook sul testo di Beckett. La delusione è cocente: mancanza di idee, lavori vuoti e tanta sciatteria.

Molto bene, invece, il Fringe Festival, la rassegna indipendente del Napoli. Teatro Festival Italia e 248 kg della Compagnia Esiba Teatro ne è un fulgido esempio. Ci saranno colpi di scena nei prossimi giorni? Ve lo racconteremo nel prossimo report!


248 kg– Compagnia Esiba Teatro (Fringe Festival)

Una curiosa novità ce la fornisce il Fringe Festival, la rassegna “off” di Napoli. Teatro Festival Italia. Si chiama 248 kg ed è la storia di un «ciccione», come recita la cartella stampa.

Benno, un ragazzino di provincia tondo e paffuto prende per mano il pubblico in sala introducendolo nel suo mondo ingenuo e fragile. Lui, protagonista di una vita che non ama, si è addossato il peso delle cattiverie di un mondo spietato, in cui dominano pregiudizi e illusioni e che non va oltre la cortina dell’apparenza.
La messa in scena della Compagnia Esiba Teatro è interessante, densa di spunti e assolutamente non accademica. Lo spettacolo ha un suo respiro preciso, talvolta accelerato, altre volte lento, misurato. Ultimo episodio della
Trilogia della sconfittascritta da Tommaso Di Dio, 248 kg è un lavoro pregevole, scevro da intellettualismi – e una tematica del genere avrebbe potuto scatenare barocchismi nella scrittura di ogni sorta – ma soprattutto intelligente. Perché si può fare teatro anche con pochi elementi ma se ci sono tantissime idee in gioco, come nel caso di questo lavoro, il risultato sarà senz’altro più che positivo.

Francesco Bove

13 Giugno 2013

_ _ _

Dramma.it | 15 giugno 2013

Dramma.it

DIARIO NAPOLETANO

248KG

248 KGLi scorgiamo per caso nella sala di un altro teatro, qualche giorno prima del loro debutto a Napoli.  Spettatori o attori? I loro pass appesi al collo ci “informano” che il loro ruolo non è quello di semplice spettatore. Ascolto l’accento: famigliare. Siciliani di certo. Rispondo ad una battuta. Chiedo la provenienza. Due chiacchere. Eppure i volti di questi ragazzi non sono nuovi, almeno per la mia memoria confusionaria. Forse ci siamo conosciuti in Sicilia ai tempi dell’università? Eh no! Mistero svelato. Torna a Napoli la Compagnia Esiba Teatro, originaria di Siracusa, il 10 e l’11 giugno in scena al Ridotto del Mercadante con 248KG.  Parliamo ancora di E45  FRINGE FESTIVAL e gli attori di questo spettacolo concludono nel 2013 la lunga “Trilogia del Fallimento”, iniziata nel 2008 con lo spettacolo CIANCIANA e continuata nel 2010 con ANAMORFOSIS.  Li avevamo conosciuti durante il NTFI 2010, sempre all’interno del programma E45 Fringe Festival, proprio con ANAMORFOSIS; ci erano piaciuti e soprattutto ci avevano colpito per le scelte sfrontate, per l’accento palesemente evidenziato, per la sottile, drammatica, ironica e profonda analisi della società e dell’umanità contemporanee. La trilogia si conclude con 248 KG, cioè la somma del peso dei tre giovani e bravi attori: Angelo Abela, nei panni del protagonista Benno, Marco Pisano nei panni di una bambina, Eugenio Vaccaro nei panni del nonno di Benno. La regia viene affidata a Sebastiano Di Guardo, ma è la drammaturgia a colpirci ancora di più, quella di Tommaso Di Dio. Siete mai entrati in un teatro, invitati ad essere pesati su una bilancia? Potrebbe capitare anche questo. Osservare le reazioni delle persone e quelle personali diventa un accurato studio sulla mentalità contemporanea. Proprio perché ci troviamo improvvisamente davanti a qualcosa di inusuale e inimmaginabile ( anche se a teatro tutto è possibile!), notare la  sfrontatezza o l’imbarazzo dei singoli spettatori ci apre gli occhi su quello che vedremo durante la messinscena. Non pensate si tratti della solita solfa sull’obesità: il peso a cui si riferisce lo spettacolo è quello della vergona, della solitudine, dell’ignoranza. Il peso del giudizio della società su ognuno di noi. È inutile fingere: chiunque avrà provato vergogna da bambino a scuola, chiunque sarà stato schernito e preso in giro dai compagni. Chi più, chi meno, siamo tutti come Benno. Il nome del protagonista è liberamente ispirato al lavoro di Albert Innaurato “ La trasfigurazione di Benno il ciccione”; poi, come ci rivela la compagnia, rimane perché si è instillato nelle orecchie degli attori. Insomma, a Benno ci si affeziona subito. L’ironia che pervade i lavori di questa compagnia riesce a salire a livelli così alti, da eliminare completamente il riso. Benno è un bambino ciccione che “vive” in scena insieme a due personaggi: una bambina e il nonno. Gli antipodi della purezza e della sporcizia mentale e sessuale pongono al centro il cardine “Benno”: capro espiatorio, vittima sacrificale sull’altare della società moderna. L’immagine del bambino si evolve fino a deformarsi, a diventare paradossale, inquietante, lugubre, stomachevole. Non per effetto delle sue azioni, ma per ciò che  avviene attorno a lui. Ancora una volta il protagonista mantiene un accento siciliano volutamente marcato, mentre la lingua utilizzata dai due bambini è deformata ed elementare. Il dialogo infantile si colora di immaginazione e fantasia, in un’ingenuità ridicola e speranzosa. La formula magica serve a far esaudire desideri macabri: la mamma morta, i compagni morti, il nonno morto, la cavallina, simbolo di derisione scolastica, esplosa. Ma la realtà è ben diversa. E allora anche l’unica “donna” che Benno potrebbe avere accanto, viene sporcata dagli sguardi incessanti del nonno. La comicità dello spettacolo esplode, a tratti, inattesa: è ovvio che il pubblico rida quando vede in scena un attore che interpreta una bambina o un ragazzo  nei panni di un nonno maniaco. Ma le risate si affievoliscono nel corso dello spettacolo perché l’amaro di questa storia aleggia pesante nell’aria. E mentre in alto un timer scandisce la routine ossessiva delle giornate di Benno, la vittima sacrificale viene costretta ancora ad ingurgitare: un sacco, vetri rotti, schegge di dolore che si nascondono nello stomaco e nel grasso.  Noi spettatori, quella sera, pesavamo in tutto circa 3000 Kg, così come ci è stato comunicato a fine spettacolo Quanti di questi pesano sull’animo?

Emanuela Ferrauto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...